© Sasha Krasnov

Pietro Masturzo (Napoli,1980) è un fotografo documentarista italiano.
Il suo lavoro si concentra su tematiche socio-politiche, con un interesse particolare verso la resistenza degli uomini in situazioni di oppressione e di violazione dei diritti umani.
Dopo la laurea in Relazioni Internazionali all’Università di Napoli si è dedicato unicamente alla Fotografia, lavorando principalmente in Myanmar, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina, Egitto, Libia, Iran, Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza, documentando storie umane in situazioni di conflitto, anche quando impegnato a coprire i principali eventi di news.
Il suo lavoro ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali, tra cui il prestigioso World Press Photo Picture of the Year, nel 2010, per il suo lavoro in Iran.
Le sue fotografie sono apparse su numerosi giornali e riviste tra cui L’Espresso, Internazionale, La Stampa, Il Corriere della Sera, Io Donna, The New Yorker, The Financial Times, Le Monde, Stern, Geo, Marie Claire, Vanity Fair e molte altre.
Vive e lavora tra Milano e il Medio Oriente, collaborando regolarmente con pubblicazioni italiane e internazionali, associazioni, ONG ed esponendo i suoi lavori in numerosi festival e gallerie.


“LA TERRA PROMESSA DEI GOLDBURT”

Il cancello d’ingresso all’insediamento illegale di Mitzpe Agit è precario quanto il piccolo avamposto ebraico: una decina di casette e prefabbricati appoggiati alla rinfusa su una delle aride colline che scendono dolcemente da Gerusalemme verso la Valle del Giordano.
Oggi in Cisgiordania vivono circa 350.000 coloni israeliani, sebbene la loro permanenza su questo territorio sia considerata illegittima dalle Nazioni Unite, dalla Corte di Giustizia Internazionale e dalla Quarta Convezione di Ginevra.
In questa terra di frontiera la vita costa poco ed è qui che Gedalia Goldburt ha deciso di trasferirsi insieme alla moglie Shira e ai loro sette figli, per realizzare il sogno di una vita semplice, religiosa e senza conflitti, lontano dal consumismo e dalla frenesia della città.
Gedalia, il capofamiglia, è un ebreo americano che a ventitré anni si è trasferito in Israele dall’Ohio in cerca di una vita migliore e qui ha ricevuto “l’illuminazione”, avvicinandosi al movimento Na-Nach, una setta di ebrei ultra-ortodossi nata negli anni ’70, i cui membri sono famosi per i loro balli in strada al ritmo di musica techno rivisitata in chiave religiosa.
Dopo il matrimonio con Shira, anche lei ebrea americana trasferitasi con la famiglia da New York, i due hanno vissuto in diversi luoghi in cerca del posto giusto dove mettere su una fattoria e scegliendo infine la Cisgiordania, dove, fin dal 1967 il governo israeliano ha favorito il trasferimento della sua popolazione civile con incentivi di ogni tipo (case e utenze a prezzi agevolati, trasporti e scuole gratuiti e naturalmente la sicurezza garantita dall’esercito).
La vita dei Goldburt scorre lenta e precaria divisa tra preghiera, meditazione e piccole incombenze quotidiane. Gedalia si prende cura delle sue poche capre e della casa rinforzandola con vecchie lamiere, copertoni e pezzi di legno recuperati qua e là; di tanto in tanto si reca a Gerusalemme per ballare nelle strade elemosinando i soldi necessari per il sostentamento della famiglia. Shira, invece, si occupa dei lavori domestici e dell’educazione dei figli, poiché nessuno di loro frequenta la scuola e ciondolano per la maggior parte della giornata nel panorama desolato che circonda la casa.
Gedalia e Shira s’ispirano al colonialismo sionista dei primi del Novecento: hanno trovato la loro terra promessa e pretendono di vivere in pace in una delle aree più conflittuali del pianeta, dove pace è solo una parola che non sa più farsi realtà.


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