Dario Mitidieri, vive a Londra, ed inizia la sua carriera collaborando con il settimanale  the “Sunday Telegraph” e con il quotidiano “The Independent”.
Nel 1989, Dario viaggia in Cina per documentare le manifestazioni degli studenti in Piazza Tiananmen, non sapendo che sarebbe diventato testimone di una delle più brutali repressioni della storia contemporanea.

Per il suo lavoro, gli fu assegnato il premio British Press Photographer of the Year, e riconosciuto a livello internazionale come uno dei migliori fotogiornalisti emergenti.
Nel 1994 il suo libro “Children of Bombay” fu pubblicato in sei lingue, il risultato di un progetto lungo un anno sulla vita dei bambini di strada a Bombay. Descritto nel Photo Magazine edizione francese, come uno dei dieci libri fotografici più importanti del decennio, “Children of Bombay” ha dato voce ai bambini che occupano il gradino più basso nella scala sociale indiana.
Negli anni che seguirono, Dario fotografò il terremoto di Kobe in Giappone, l’ultima gara del pilota di Formula 1 Ayrton Senna, i conflitti nell’Irlanda del Nord e la guerra in Iraq, lo Tsunami in Indonesia, ma anche su diversi altri progetti come “Children in Wars”, “Charismatic Evangelism”, “Hedonism in Ibiza” e “Teenage Pregnancy” nel Regno Unito.
Il suo ultimo progetto, “Lost Family Portraits”, ha ricevuto il plauso internazionale  della critica ed è stato visto online 780 milioni di volte.
Tra i suoi altri riconoscimenti importanti ricordiamo il W. Eugene Smith Award in Humanistic Photography, il Visa d’Or a Visa pour l’Image, l’European Publishers Award for Photography, il Getty Images Grant in Editorial Photography, e due volte vincitore al World Press Photo con “Mass Graves of Iraq” and “Lost Family Portraits”.
In Italia è rappresentato dall’agenzia Sudest 57.


“Lost family portraits”

Il conflitto siriano va avanti da 6 anni, un periodo più lungo della seconda guerra mondiale. Più di 470.000 persone sono morte e più di 5 milioni di persone sono fuggite nei paesi confinanti, dove vivono in condizioni disastrose. Questa é la più grande emergenza umanitaria della nostra epoca.
“Lost Family Portraits” si propone di raccontare le storie di famiglie che hanno perso membri nella guerra siriana e che hanno cercato rifugio nei campi profughi nella confinante Valle della Bekaa, in Libano.
Il concetto originale è stato sviluppato insieme all’agenzia pubblicitaria inglese M&CSaatchi, per una campagna di raccolta fondi e di comunicazione a favore di CAFOD, l’ala britannica della Caritas Internationalis che ha sede qui a Roma.
La sfida era di produrre una campagna provocatoria che risuonasse a livello globale e che desse visibilità ai profughi Siriani dimenticati in Libano, in un momento in cui la stampa internazionale e le piattaforme social erano sature di storie di rifugiati.
Dopo diverse idee pensate e accantonate, finalmente abbiamo avuto l’idea di produrre una serie di ritratti formali di famiglie che sono fuggite dalla Siria, ma con sedie vuote o spazi a simboleggiare i familiari mancanti. Una breve storia avrebbe accompagnato ogni ritratto.
Con l’aiuto di Caritas Libano, e l’assistenza di una piccola casa di produzione a Beirut, abbiamo visitato due campi profughi, appunto nella Valle della Bekaa, dove nell’arco di due giorni ho fotografato 12 famiglie con un fondale nero come sfondo. Abbiamo volutamente lasciato degli spazi intorno allo studio mobile, per dare più contesto alle foto. La montagna che si vede in lontananza è il confine con la Siria.
“Lost Family Portraits” spero aiuti a non dimenticare la crisi dei rifugiati Siriani e il potere distruttivo che ogni guerra ha sulle famiglie.
Vuole essere anche una testimonianza per le famiglie che sono rimaste in Libano, che non possono permettersi di comprare il biglietto per l’Europa, che non possono tornare in Siria, e che, come dicevo prima, non ricevono nessuna copertura mediatica.
Si stima che circa 1,5 milioni di rifugiati siriani ora vivono in Libano, per lo più nel 1500 campi sparsi nella Valle della Bekaa.
Le famiglie di Lost Family Portraits, nonostante le loro inimmaginabili tragedie e la paura di ripercussioni per i parenti che sono ancora in Siria, si sono fatte avanti per condividere le loro storie. La cosa che mi chiedevano di più era di non essere dimenticati.
Si tratta di una storia importante da raccontare. Sia a livello professionale che personale, è sicuramente una delle più importanti che io abbia vissuto nella mia carriera trentennale di fotoreporter.
Lost Family Portraits è stato visto online 780 milioni di volte. Forse non cambia niente, forse é solo una goccia nel mare, ma la mia intenzione è di continuare ad onorare le famiglie siriane della Valle della Bekaa e di fornire loro una piattaforma e una voce di cui hanno disperatamente bisogno.


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